RIFLESSIONI


La scuola è disorientata. 

In una fase come quella che stiamo attraversando, noi educatori, insegnanti del MCE sentiamo forte l’impegno a rendere più “tollerabile” l’emergenza coronavirus e la chiusura delle scuole. 

Sappiamo che la didattica a distanza non potrà surrogare il tempo scuola e compensare l’assenza di relazionalità, cooperazione, apprendimento vivo che nella classe sperimentiamo ogni giorno. 

Tuttavia, è necessario trovare ogni modo per essere presenti nella vita di bambine e bambini, studentesse e studenti superando, seppure in parte, la forzata discontinuità della relazione educativa. 

Il nostro impegno con il Blog MCE è quello di offrire uno spazio, un ambiente dove far convergere le migliori esperienze, creatività, pratiche  per una mediazione didattica a distanza che, lontana dal tradursi in un’amplificazione di approcci trasmissivi, possa far leva sul bisogno di partecipazione, espressione, ascolto, coinvolgimento delle bambine/i, studentesse/i nelle proposte elaborate e scelte per loro. 

Dare  la possibilità di esprimersi, avere visibilità, veder riconosciuto il valore dei propri vissuti, emozioni, idee. Soprattutto rispondere al bisogno di socialità mantenendo il contatto con i pari, con le/gli insegnanti, e con un mondo che seppure fuori, deve potersi sentire vicino. 

Frammenti di esperienze e apprendimento significativo per continuare ad esprimere il nostro modo di intendere la scuola: condivisa, cooperativa, inclusiva…


Nulla sarà più come prima, per fortuna

di Raffaella Maggiolo

Ieri  mi è arrivato il video dei ragazzi del Movimento giovani Sottosopra per Save the Children. Nella bulimia di materiali scolastici e non che caratterizza queste giornate di emergenza,  sono rimasta colpita dalle parole di quei giovani studenti per i quali noi insegnanti ci stiamo dannando  davanti a schermi  di ogni dimensione a tutte le ore del giorno e della notte. Finalmente un feedback, ho pensato. Un discorso che riprende con la pratica  di un dialogo che in molti casi sembrava sparito, assorbito dalla unidirezionalità della comunicazione on line, spesso eco di se stessa.

Allora gli slanci pedagogici imbastiti in questi giorni sono serviti a qualcosa, mi sono detta. Forse quello che i ragazzi ci domandano è di saper cogliere l’occasione di questa sciagura per farli lavorare assieme, per chiedergli sempre cosa pensano di quello che sta succedendo. Di aprirci alle loro domande più che sollecitare le loro risposte. Di rendere, seppure attraverso la tecnologia, la scuola sempre più attiva e cooperativa. 

Ci confermano che sono importanti le routine, le attività, invece,  solo se partecipative e coinvolgenti,  ci chiedono di regolare il rispetto dei tempi per potersi concentrare anche on line,  ci dicono che le video-lezioni annoiano. Sollecitano lavori in piccolo gruppo da svolgere sì on line, ma insieme, e desiderano dedicare tempi per discutere dell’emergenza. Chiedono di non lasciarli soli, in compagnia di noiosi compiti da svolgere. Vogliono i nostri consigli per imparare a riconoscere le fake e allenare il pensiero critico. Desiderano che venga riconosciuta importante l’opinione  di ciascuno. Chiedono cose normali, che la scuola normale ha rimosso. 

In mezzo a tutto questo c’è un anno scolastico che sarà ritenuto “valido” rispetto al nodo dalla valutazione, pur nell’imperversare di note ministeriali, video e interviste istituzionali.

 Il Miur fa sapere che ogni collegio docenti sarà libero di decidere in autonomia rispetto a questa funzione. E questo, sinceramente, spaventa. Vero è che ogni team/consiglio di classe conosce la realtà dei propri studenti e dovrebbe sapere quali sono gli ostacoli reali di ciascuno nell’apprendere a distanza, riconoscere quando non c’è stata neppure la volontà o il minimo impegno e quando invece proprio le difficoltà hanno messo in luce, a volte inaspettatamente, il desiderio di esserci. Di esserci insieme agli altri. Di fare insieme o niente. Preoccupa il lasciare una decisione così importante alle singole realtà scolastiche, perché il rischio è di rinnovare il divario che già ogni giorno si palesa sotto diversi aspetti.  La libertà di valutare nel modo che si ritiene più opportuno rischia di manifestarsi  con criteri e modalità a macchia di leopardo e ingenerare confusione  negli alunni e nelle famiglie quando invece sarebbe auspicabile un intervento del Ministero che congelasse per tutti gli ordini di scuola la valutazione sommativa – 

riportata nel DL 62/17 – per lasciare spazio, in questo anno scolastico lacerato dall’emergenza,  alla sperimentazione sul campo di una valutazione formativa per tutte e per tutti gli studenti. Insegnanti e ragazzi potrebbero avere l’occasione (in alcuni casi la prima occasione, ahimè) per riflettere sugli esiti di questo percorso che pur essendosi trasformato in una pratica a distanza avrà generato, in alcuni casi,  un’inaspettata vicinanza

Valutare significherà finalmente attribuire valore ai percorsi di ciascuno con la consapevolezza e la partecipazione di chi è valutato. Il potenziale rappresentato dalla crescita dell’autostima e della fiducia nelle proprie capacità, potrebbe divenire motore eccellente per il successo scolastico futuro e non solo. Valutazione formativa non vuol dire affatto eludere o aggirare la valutazione sommativa offrendo un quadro menzognero dei risultati dell’alunno, ma significa esplorare il campo dell’apprendimento in un’ottica molto più ampia ed offrire ai ragazzi un quadro dettagliato all’interno del quale avere consapevolezza dei propri limiti e delle proprie potenzialità, senza per questo perdere il senso di sé, fermo restando la globalità della persona.

La pratica argomentativa è lo strumento privilegiato per stimolare la crescita della capacità di riflettere su se stessi, per incentivare il senso critico, per dialogare e mettersi in relazione, e da qui si può partire, con l’obiettivo di accendere processi di autoregolazione.

E’ facile spiegare-interrogare-dare un voto, anche a distanza, come avveniva in presenza, ma questo significa classificare, ed è ben distante dalla fatica di instaurare un dialogo con lo studente e la famiglia che passa attraverso lo sforzo di tenere aperti quotidianamente i canali della relazione con ciascuno (per i più piccoli attraverso le famiglie), mantenere le antenne tese per captare le difficoltà reali di chi vive con tanti familiari in pochi metri quadrati, avendo a disposizione strumenti e collegamenti informatici più o meno improbabili, ma che ci prova e ce la mette tutta.

Anche i fautori indefessi del numero, in questi giorni, sono confusi perché non riescono a capire chi risponde alle domande al di là dello schermo e non possono appiccicare adorate etichette.

Allora, forza. Mettiamo in evidenza ciò che i nostri bambini e ragazzi sanno fare, più che evidenziarne le mancanze; rivolgiamo il nostro sguardo attento allo sforzo che profondono nella ricerca del senso  delle cose del mondo e di se stessi. Oggi in modo particolare.

Dopo aver sperimentato la prospettiva formativa, anche nell’ambito della valutazione, nulla sarà più come prima.

PER IL VIDEO DELLE RAGAZZE E DEI RAGAZZI DI SOTTOSOPRA, CLICCA QUI


La didattica a distanza senza schermo, un privilegio da salvaguardare per tutti/e

di Simone Lanza

In seguito all’annuncio del 16 marzo della chiusura delle scuole francesi nella regione delle Hautes Alpes, mi giungono notizie che si è stato tenuto un consiglio di scuola, dove i genitori e il comune hanno detto a gran voce che NON era POSSIBILE fare a meno della Sfida Dieci giorni senza schermi, già prevista! Proprio perché è impossibile pensare di sopportare la mancanza di scuole senza la sfida di fare a meno dell’uso di schermi!

 Da noi sembra il contrario. Sembra che il blocco del paese e delle scuole sia superabile solo grazie alle tecnologie informatiche. Ma è vero? L’unica soluzione è giga illimitati per tutti? E le parole passano solo dagli schermi? Vediamo alcune questioni. Per quanto riguarda le scuole elementari secondo me dovremmo farci almeno molte domande prima di agire. Eccone alcune:

  1. utilizzando le tecnologie digitali durante le vacanze forzate non rischiamo di aumentare il gap tra chi va bene a scuola perché ha dietro una famiglia e chi va male a scuola perché non ha dietro una famiglia?
  2. dobbiamo proprio tentare in tutti modi di sostituire la scuola vera con una virtuale?
  3. quale didattica può essere fatta a distanza e quale (per fortuna o sfortuna) non può essere fatta? Cioè quali apprendimenti si possono produrre solo ed esclusivamente in presenza e quali no?
  4. quali tecnologie si possono usare all’età di 6-10 anni e soprattutto con quali obiettivi?

Potremmo farci molte altre domande. L’importante secondo me in questo periodo è farsi le domande.

Prima di esaltarci per le magnifiche sorti e progressive delle tecnologie digitali non dovremmo forse mettere a fuoco bene le grandi differenze culturali che le tecnologie digitali rischiano di amplificare anziché ridurre? 

C’è una doppia differenza che con questa improvvisa apertura delle tecnologie digitali nelle scuole elementari si va ad aprire: economica e culturale. La seconda amplifica la prima.

Il primo digital divide consiste nella differenza di mezzi informatici: il tipo e la quantità di device usato. La povertà determina un minore possesso delle tecnologie: magari uno smartphone c’è, ma tablet e pc per non parlare di stampante non sono molto diffusi nelle famiglie. O banalmente servono ai genitori per lavorare a distanza. In poche scuole si stanno facendo mappe della classe per capire tra le altre cose quali device verrebbero usati, chi aiuterebbe bambini/e dai 6 ai 10 anni a navigare, quali obiettivi ci si dà, cosa significa condividere, etc… Molti si connettono con gli smartphone ma questo device è un buono strumento didattico? Lo smartphone è adeguato per dare i like e poco più, ma se lo sai usare. In mano ai bambini e le bambine delle elementari a me sembra peggio di una matita senza punta.

Il primo divario strutturale, legato alle concrete possibilità di connessione alla rete, è un divario che è costituito dagli hardware (e relativi costi) ma esiste un secondo tipo di digital divide che amplifica il gap ulteriormente: si tratta della capacità di maneggiare la rete, di muoversi, un divario culturale.

All’interno del digital divide culturale si sta aprendo una differenza proprio nelle capacità di non essere costantemente connesso, cioè alla capacità di distaccarsi dai mezzi informatici. Si tratta della capacità di non esporre agli schermi i propri bambini. È noto, del resto, che il consumo di tempo-schermo sia già maggiore tra le classi povere, negli Stati Uniti come nel resto del mondo. Mentre i genitori della Silicon Valley sono sempre più preoccupati per gli effetti degli schermi sui propri figli e stanno cercando di tenerli alla larga, mentre i genitori che fanno i programmatori di videogiochi permettono ai propri figli di giocarci soltanto una volta alla settimana e li mandano in scuole steineriane o montessoriane, i bambini/e delle classi medie e basse si ritrovano davanti agli schermi a casa e in alcuni casi anche a scuola. I bambini più ricchi, i membri dell’élite statunitense, beneficiano di un’educazione basata sull’interazione, lontano dalle nuove tecnologie, ritornano ai giocattoli di legno e al lusso delle relazioni umane. Oppure i loro genitori sono pronti a sborsare somme non proprio irrisorie (tra gli 80 e i 250 dollari all’ora) per pagare i counselor che aiutano i figli a disconnettersi. Nel nostro mondo la disconnessione è un tempo prezioso, anzi di lusso, riservato ai ricchi.

In questo momento i bambini e le bambine che stando in casa riescono ad avere stimoli prevalentemente non legati agli schermi sono fortunati. Le indicazioni di OMS e altre organizzazioni mediche che raccomandano di non sorpassare le due ore al giorno davanti a schermi permangono anche con il coronavirus. Quando il corona virus sarà alle spalle, probabilmente si faranno i conti con chi è stato in ammollo senza grandi stimoli se non TV e videogiochi e altre forme di tempo-schermo e chi ha avuto soprattutto altri stimoli. Il ruolo dei docenti elementari oggi non è forse quindi quello di salvare il salvabile rafforzando una pluralità di stimoli culturali senza schermo? Non è il caso che alunni e alunne si annoino un po’ per capire l’importanza della scuola? Non è il caso che capiscano che si può imparare senza scuola a condizione di non puntare tutto sul divertimento (cioè distrazione, intrattenimento)?

Sembra tuttavia impossibile al giorno d’oggi intraprendere un discorso sulle tecnologie senza la solita vuota premessa: bisogna in primo luogo dichiararsi sempre a favore della tecnologia per promuoverne un uso intelligente. Per non essere frainteso, quindi, anche io devo dichiarare che un accompagnamento alla lettura delle immagini e dei film sarebbe quanto mai necessario, oggi più che mai. Va bene guardare film e video ma per poi commentari, discuterli, rielaborarli. Si tratta di un’educazione alle immagini o un’alfabetizzazione informatica di una generazione che più che nativa digitale è analfabeta digitale, perché naviga in internet senza conoscere né i pericoli né avendo nozioni rudimentali né di software, né di hardware. Ma ci vogliamo improvvisare a distanza su questo tema, quando raramente è affrontato nella quotidianità scolastica? E i genitori hanno tempo da perdere o lo schermo è la soluzione più pratica per non perdere tempo a stare con loro tutta la giornata?

In questo momento sembra un obbligo istituzionale promuovere una didattica a distanza tramite le tecnologie digitali, ma siamo sicuri che non ci siano altri mezzi di didattica a distanza praticabili a bassa intensità digitalo senza schermi? Proporre giochi, cucinare, recitare, cantare, scrivere lettere autentiche, etc… non possono essere migliori suggerimenti a distanza affinché queste bambine e bambini non rimangano attaccati agli schermi in un continuum di tempo-schermo dove il gioco si confonde con la didattica nel peggior dei modi. Un giogo più che un gioco. In che modo le piattaforme digitali ci possono aiutare in questo? Nutro molti dubbi. Non è meglio consigliare di fare interviste telefoniche agli anziani sui loro ricordi, sulle ricette del passato, sui loro giochi di infanzia, etc…? scrivere lettere, giocare a carte, costruzioni o con altri giochi?

Più la bambina è piccola, più ha bisogno di mediazione per imparare. Alle elementari è necessaria molta mediazione. Per questo la scuola è insopprimibile, nessuna scuola a distanza la potrà sostituire. Diversamente se si potesse apprendere con videolezioni, basterebbero pochi maestri/e in tutta Italia. Per fortuna quindi la didattica a distanza ad alta intensità tecnologica non funziona né potrebbe funzionare. A meno che non si mettano in conto disastri peggiori della didattica non inclusiva e non cooperativa. Diverso è se queste tecnologie servono a far sentire maestre e bambini/e vicini tra loro con immagini e voci. In questo senso possono andare molto bene anche delle sperimentazioni di condivisioni di parola, con turni e regolazione, dove si parla di sé, come si sta, cosa si sta facendo. Anche con video chiamate di classe.

Dopo aver fatto laboratori di informatica alle elementari, sono convinto che la maggior parte del tempo a scuola dovrà essere dedicata sempre più allo sviluppo di attività senza schermi, anche perché un numero crescente di bambini e bambine provenienti da famiglie agiate negli Usa vengono indirizzati in scuole che prediligono relazioni, giochi cooperativi, giochi in legno, psicomotricità, lavori di gruppo, ecc. Credo che questi diritti debbano essere salvaguardati anche per le bambine e i bambini più poveri per una scuola veramente di tutte/i. Anche in e soprattutto in caso di epidemia!

Attiviamo una didattica a distanza senza schermi. Usiamo il blog del MCE che promuove forme di didattica a bassa intensità digitale. Fermiamo questa ansia collettiva che crede di trovare tutte le risposte solo nella tecnica.

 N. Bowles, The Digital Gap Between Rich and Poor Kids Is Not What We Expected, articolo apparso sul «New York Times» il 26 ottobre 2018. Id., Now Some Families Are Hiring Coaches to Help Them Raise Phone-Free Children, articolo pubblicato sul «New York Times» il 6 luglio 2019.