La vita del controllore

La vita del controllore era una vita tranquilla, di una monotonia rassicurante. Il controllore percorreva il treno dalla testa alla coda e viceversa, e a tutti quelli che incontrava chiedeva il biglietto. 

Il controllore sapeva bene chi non aveva alcun bisogno di essere controllato, ma si fermava anche per la signora firmata e per il signore in cravatta, solo con un lieve, ricambiato sorriso di complicità. Il controllore riconosceva con una sola occhiata quali vestiti, quali modi di stare seduti e di ricambiare uno sguardo richiedevano davvero il suo lavoro, ma sopra ogni cosa avrebbe avuto orrore di essere accusato di parzialità. Il controllore non si lasciava impietosire dai colpevoli perché sapeva di non aver mai fatto preferenze. Una, una sola cosa temeva al mondo: che il Capotreno dubitasse della sua dedizione.

Una volta il controllore e il Capotreno avevano visto in tv il Grande Direttore delle Ferrovie. Il Direttore aveva sottolineato il ruolo fondamentale delle Ferrovie nel progresso del Paese, e aveva detto che le Ferrovie dovevano essere costruite intorno al viaggiatore, che il diritto di ogni cittadino di viaggiare sicuro, in orario e in totale comfort era la loro vera missione. Il Capotreno aveva annuito con aria grave e il controllore si era affrettato a dirsi d’accordo. Da quel giorno anche il Capotreno aveva iniziato a parlare come il Grande Direttore delle Ferrovie. 

Il controllore, tuttavia, non aveva il gusto e il talento per la speculazione filosofica. Era un uomo eminentemente pratico, forse per l’abitudine di ignorare le scuse accampate da quelli che sorprendeva senza biglietto. Sapeva bene che c’erano le chiacchiere, che certo si potevano anche fare, per mantenere le forme, ma poi quel che contava erano i numeri: che tutti quelli sul treno avessero un biglietto, o una multa. Che nessuno potesse dire che non stava facendo il suo lavoro. 

Fu così che ai primi soccorritori giunti sul luogo del disastro si presentò una scena spaventosa e incomprensibile: tra lamiere impazzite e brandelli di finestrini, un uomo in divisa da controllore si aggirava per le carrozze coricate sull’erba. Su ogni svenuto stava ben ripiegato un verbale e una multa. Quando finalmente lo raggiunsero si stava complimentando con un tizio morto con il biglietto in mano. Lo afferrarono e cercarono di farlo tornare in sé, ma lui li fissò spiritato e implorò: – I voti! Come faremo gli scrutini se non diamo i voti! -. Agli sguardi confusi degli astanti, si scosse e riprese: – Volevo dire… i biglietti! I biglietti! Io faccio il mio lavoro, ho fatto il mio dovere. Dove andremo a finire, se nessuno controlla i biglietti?