L’AZZURRO DEL CIELO Appunti di viaggio

L’inaugurazione del memoriale era stata fatta il 1° gennaio del 2102, l’anniversario ufficiale della fine della grande pandemia. L’ottantesimo anniversario.

Sono riuscita a visitarlo pochi giorni dopo l’inaugurazione. 

Sono nata nel ‘22, quindi non ho vissuto nel mondo folle raccontato nel memoriale, il mondo prima della grande pandemia, ma ricordo bene i racconti di mia madre e di mia nonna e desideravo enormemente ritrovare le tracce di quel mondo. 

Poi volevo vedere come era stato allestito il memoriale, e capire se le mie nipoti, vedendolo, avrebbero potuto rendersi conto, riflettere su quanto è ancora fragile l’equilibrio su cui si regge, oggi, la felicità dei Viventi ospitati sul Pianeta, e quanta cura amorosa richieda il suo mantenimento.

Avevo prenotato il volo con due anni di anticipo, spendendo l’ultimo dei miei bonus-turismo ben sapendo che, come ogni abitante del Pianeta, non avrei potuto, per motivi ecologici, averne altri. 

Finalmente il grande giorno era arrivato.

Il primo padiglione del memoriale riguardava, ovviamente, “LE CURE”, ossia l’aspetto medico-sanitario della grande pandemia, la condizione dei malati, il lavoro dei medici e del personale sanitario, la situazione degli ospedali nei vari “Stati” in cui allora era divisa la Terra.

Con l’infuriare della pandemia erano diventati importanti infermieri e infermiere, dottoresse e dottori, perché la vita e la salute erano nelle loro mani ogni momento. Impegnati allo stremo delle forze, esposti più di altri al rischio, erano stati i veri eroi in quella catastrofe. Molti di essi si erano spostati, negli anni 2020 e 2021, a lavorare in varie parti del mondo, inseguendo il viaggio dei contagi.

La grande pandemia aveva colpito dappertutto. Il virus non aveva rispettato i confini con cui, allora, gli “Stati” si illudevano di proteggersi. Il memoriale faceva vedere situazioni con servizi sanitari avveniristici (per allora) e altre in cui, in assenza di qualsiasi supporto medico, già da tempo chi si ammalava anche di malattie banali era destinato a morire. 

La grande pandemia aveva fatto capire l’assurdità di tutto questo. Nessuno, in nessun luogo del mondo, poteva sentirsi sicuro se qualcun altro era particolarmente esposto al rischio e nell’impossibilità di essere curato.

Si era capito, inoltre, quanto erano importanti tutte le persone il cui lavoro consisteva nel fornire servizi essenziali alla vita, i medici ma anche le/gli insegnanti, gli operatori e le operatrici che si occupavano dei più deboli, coloro che assolvevano a compiti sgradevoli e pesanti, ma anche questi essenziali. 

Queste categorie di lavoratori e lavoratrici nel tempo, finita la pandemia, avevano continuato a godere di grande rispetto e considerazione e sempre più ci si attrezzava per rendere il loro lavoro meno pesante, più efficace, e anche per condividerlo in vari modi. 

Il padiglione successivo è quello che ho trovato più interessante.

Più che un padiglione era uno spazio immenso, una enorme spianata, che occupava più della metà del memoriale. Era dedicato all’illustrazione del tema “CONFINI – ARMI – GUERRE” e cercava di far vedere la situazione precedente alla grande pandemia da questo punto di vista.

Notevoli le rappresentazioni in 3 D della Terra divisa in Stati delimitati da confini, la sorveglianza armata dei confini, la prosopopea dei governanti che stabilivano chi potesse entrare e chi no. E poi le guerre per la conquista dell’egemonia (di solito delle risorse economiche) di uno Stato o dell’altro. Guerre denominate “missioni umanitarie”, operazioni di polizia”, “restituzione della libertà”, ecc. Guerre che devastavano territori, sterminavano popolazioni inermi, costringevano i superstiti alla fuga. 

Ho voluto percorrere i tre chilometri lungo i quali erano esposti armi e ordigni bellici, in mostra lungo una specie di larga, grigia autostrada delimitata da alti muri grigi sui quali correvano rotoli di filo spinato. Percorrere quello spazio è stato un viaggio nell’orrore. Veicoli militari di ogni tipo e dimensione, aerei, carri armati, blindati, e poi armi di tutte le forme e dimensioni a perdita d’occhio. Tutto allineato sull’asfalto con un ordine ossessivo come per un rito macabro. O come tracce lasciate a formare chissà quale messaggio da una mente malata. 

Sensori posti lungo il percorso facevano emergere automaticamente, al passaggio di un visitatore, dei monitor che trasmettevano scritte e immagini in 3 D: ecco scene macabre e grottesche in cui armi armamenti e soldati sfilano in parata tra ali di folla che applaude, governanti impettiti che salutano, minacciano, arringano, esibiscono “forza”. 

Pensavo ai racconti mia nonna che diceva che all’inizio della grande pandemia in un grande Stato in cui le armi erano un’ossessione collettiva (e la vendita era libera!) moltissimi cittadini si erano precipitati ad acquistarne. Non si è mai potuto capire come pensassero di difendersi da un virus con fucili da caccia e mitragliatrici portatili. 

Non mancavano le testimonianze sulle guerre e le loro tragiche conseguenze. Erano testimonianze riportate da video e immagini originali dell’epoca o da vecchi giornali o settimanali di carta, di quelli che si usavano allora. Raccontavano di tante vite devastate, di uomini, donne bambini e bambine sopravvissuti ai bombardamenti che erravano fra le macerie in città spettrali o fuggiti dalle città martoriate per approdare in campi profughi immensi, ai confini, sorvegliati da guardie armate incaricate di respingerli, di Stati che non li volevano.

C’era la testimonianza di un uomo che diceva che “essere padre a Idlib, [una delle tante città bombardate] significa uscire prima dei propri figli dopo i bombardamenti, insieme ad altri padri, e raccogliere i pezzi di morti per evitare che li vedano i bambini.” (la testimonianza era riportata in un settimanale cartaceo del 15 marzo 2020, nell’articolo intitolato “Considerate se questo è un uomo”). Lo stesso settimanale di carta raccontava di Omar, dieci anni, che stava con altri 1000 profughi in uno spazio dove ce ne dovrebbero stare 600, senza acqua, senza nulla, Omar che sotto le bombe “ha visto morire la sorella, e da allora non parla più , soffre di insonnia, se dorme ha incubi, scappa e grida a ogni rumore.” 

Il virus della grande pandemia, che non rispettava i confini, che non poteva essere abbattuto dalle armi, che non obbediva ai governanti, che nessuno Stato poteva controllare da solo, si era diffuso enormemente in quei campi: le bombe scagliate su popolazioni inermi trasformavano quelle stesse popolazioni in bombe che avrebbero diffuso contagi inarrestabili.

Ma da allora qualcosa aveva iniziato a cambiare.

Percorsi a fatica i tre chilometri mi sentivo oppressa, ma la pena non era finita. 

Al padiglione che mostrava le DISUGUAGLIANZE si poteva accedere attraverso un grande arco ornato di bassorilievi oppure attraverso uno stretto pertugio, una specie di breccia che immetteva in un piccolo tunnel (si poteva solo strisciare in mezzo a spuntoni di roccia sporgenti).

Fino ai primi decenni del secolo il capitalismo selvaggio (liberista o statale che fosse, i risultati erano stati gli stessi) aveva trasformato il mondo in una giungla in cui i più forti e fortunati (e spregiudicati) si erano accaparrati risorse accumulando fortune in modo indecente, senza che fosse posto un limite al possesso dei beni e senza che fosse prevista alcuna forma di ridistribuzione. Era consentito, addirittura, lasciare le proprie ricchezze agli eredi dopo la morte e vivere delle sole rendite dei capitali accumulati. 

La concorrenza spietata fra le imprese non aveva regole. La pubblicità (era consentita e non era regolata in alcun modo) imperversava con messaggi subdoli e raffinati, venivano sperperate somme enormi in campagne pubblicitarie pur di aumentare i profitti. La pubblicità era diventata una specie di dittatura avvolgente che uccideva il pensiero e colonizzava l’immaginario. Tutti erano indotti ad acquistare in modo compulsivo, consumare, disfarsi dopo un po’ dei prodotti acquistati per procurarsene altri.

La massa di coloro che non avevano neppure il necessario per vivere era cresciuta a dismisura.

Le disuguaglianze erano tollerate come qualcosa di naturale e immodificabile, anzi i cosiddetti “poveri” erano considerati responsabili della loro condizione, erano emarginati e visti come nemici da cui difendersi.

C’erano bambini e bambine che fin dalla nascita godevano di risorse e opportunità, altri che fin dalla nascita ne erano tragicamente privi. Accadeva a caso, in base alla famiglia e al luogo in cui nascevano.

Quando fece la sua comparsa la grande pandemia si scoprì che l’ordine rivolto a tutti di ‘restare a casa’ suonava in modo diverso per chi aveva molte case tra cui scegliere, e per coloro, ce n’erano in ogni grande città, che dormivano negli anfratti dei portoni, o sotto i portici. Ed erano molte migliaia. 

Grottesco era l’ordine di ‘restare a casa’ anche per le migliaia di detenuti negli istituti di detenzione. Erano strutture di cui allora nessuno Stato era privo, vi venivano rinchiuse, in condizioni durissime, per lo più persone che avevano commesso piccoli reati e non avevano avuto i mezzi per difendersi (non c’era neppure uno degli evasori fiscali che col loro comportamento, avendo impedito che la sanità si attrezzasse per far fronte all’emergenza, erano responsabili della morte di tanti fratelli). 

La grande pandemia aveva portato alla luce, drammaticamente, le condizioni di questi cittadini, anche se, all’inizio, solo per il timore dei contagi. 

In seguito, finita l’emergenza, risultò chiaro che ci voleva poco, in fondo, per assicurare un ricovero dignitoso a chi viveva per la strada e che delle carceri, in realtà, non c’era alcun bisogno se si organizzava la vita in modo diverso. Anche perché, ridistribuendo in modo equo le risorse fra tutti, venivano a cadere le motivazioni che erano state alla base di gran parte delle azioni criminose, furti, rapine, truffe. 

L’AZZURRO DEL CIELO era la scritta che campeggiava all’ingresso dell’ultimo padiglione da visitare. Vi si trattava il tema importante dello sfruttamento insensato delle risorse naturali e delle devastazioni ambientali prima della grande pandemia. 

Vi si ricordava, nella parte iniziale, un episodio che tante volte avevo sentito raccontare da mia nonna: durante la grande pandemia milioni di cinesi di Wu Han poterono vedere per la prima volta, con meraviglia e infinita gioia, … il cielo azzurro. Il blocco delle aziende, di tutte le attività produttive e dei trasporti fecero sì che la cappa di smog che copriva costantemente il cielo da molti anni si diradasse, mostrando, infine, uno spettacolo cui i più assistevano, con stupore, per la prima volta nella loro vita.

La pandemia finì, ma niente fu più come prima. Nessuno voleva più rinunciare all’azzurro del cielo e nessuno sopportava l’idea che si potesse privare i propri simili dell’azzurro del cielo. Per nessuna ragione.

Finita la visita avevo giusto il tempo per andare in aeroporto.

Provavo una grande serenità, nonostante avessi visto tanti orrori.

A volte mi rattristo perché vedo rinascere pericolosamente atteggiamenti improntati alla cultura dell’usa e getta, del consumo compulsivo, della rincorsa del futile e dell’apparenza, del possesso individuale, dell’indifferenza verso la fragilità della nostra Madre Terra. 

Ma penso che le mie nipoti un giorno visiteranno anch’esse il memoriale, capiranno, e non permetteranno più, loro e gli altri giovani come loro, che la barbarie si impadronisca di nuovo dell’Umanità.

Capiranno che le conquiste ottenute a caro prezzo dalle generazioni del dopo-pandemia, la Terra senza confini, la cultura l’arte e la bellezza a disposizione di tutti, l’uguaglianza delle opportunità, la sanità e la scuola per tutti e tutte, il welfare, il rispetto della Natura e dell’azzurro del cielo sono beni preziosi da custodire e da curare. 

Il bonus del mio ultimo viaggio è stato speso bene, spero.