Nove volte sette

Questo brano è tratto dal racconto Nove volte sette (Feeling of power) di Isaac Asimov, pubblicato per la prima volta nel 1958.

Jehan Shuman era abituato a trattare con gli uomini che da molti anni dirigevano lo sforzo bellico terrestre, Non era un militare, Shuman, ma a lui facevano capo tutti i laboratori di ricerche incaricati di progettare i cervelli elettronici e gli automi impiegati nel conflitto. Di conseguenza, i generali gli prestavano ascolto. E lo stavano a sentire perfino i capi delle commissioni parlamentari. Shuman, alto, elegante, e Programmatore di prima classe, li affrontò senza esitazione.

Disse: – Signori, questo è Myron Aub.

– Sarebbe lui l’individuo dotato di speciali capacità, che avete scoperto per caso? – disse il deputato Brant, senza scomporsi.

– Bene! – Con bonaria curiosità squadrò l’omettino calvo, con la testa a uovo.

L’ometto reagì intrecciando nervosamente le dita. Non era mai stato a contatto di persone così importanti in vita sua. Era un Tecnico d’infimo rango, già abbastanza avanti negli anni, che dopo aver fallito tutte le prove di selezione destinate a individuare i cervelli umani meglio dotati, s’era ormai rassegnato da anni a un lavoro oscuro e monotono. Ma poi il Grande Programmatore aveva scoperto il suo hobby e l’aveva trascinato qui.

– Aub! Quanto fa nove volte sette?

Aub esitò un istante. I suoi occhi smorti ebbero un fioco lampo di ansietà. – Sessantatre, – disse.

Il deputato Brant inarcò le sopracciglia. – È giusto?

– Controlli lei stesso, onorevole.

Il deputato trasse la sua calcolatrice tascabile, ne sfiorò con le dita due volte il bordo zigrinato, guardò il quadrante e la ripose in tasca. Disse: – E sarebbe questo il fenomeno che lei ci ha chiamati qui ad ammirare? Un illusionista?

– Molto di più, onorevole. Aub ha mandato a memoria alcune operazioni e sa calcolare sulla carta.

– Una calcolatrice di carta? * disse il generale. Sembrava deluso.

– No generale, – disse Shuman, paziente. – Non è una calcolatrice di carta. Semplicemente un foglio di carta. Generale, vuol essere così gentile da proporre un numero qualsiasi?

– Diciassette, – disse il generale.

– E lei, onorevole?

-Ventitre.

– Bene! Aub, moltiplichi questi due numeri e faccia vedere a questi signori in che modo esegue l’operazione. -Sissignore. – disse Aub, chinando il capo. Trasse un taccuino da una tasca della camicia e una sottile matita da pittore dall’altra. La sua fronte era tutta aggrottata mentre tracciava faticosamente sulla carta dei piccoli segni. Infine disse a bassa voce: – La risposta è trecentonovantuno.

Il deputato Brant consultò una seconda volta la sua calcolatrice tascabile. – Perdio, è esatto. Come ha fatto a indovinare?

– Non ha indovinato, onorevole, – disse Shuman. – Ha calcolato il risultato. L’ha fatto su questo foglietto di carta.

– Storie, – disse il generale con impazienza. – Una calcolatrice è una cosa e dei segni sulla carta un’altra.

-Spieghi lei, Aub, – disse Shuman.

– Sissignore… Ecco, signori, io scrivo diciassette e subito sotto scrivo ventire. Poi mi dico: sette volte tre…

Il deputato lo interruppe pacatamente, – Attento, Aub, il problema è diciassette volte ventitre.

– Sì, lo so, lo so, – si affrettò a spiegare il piccolo Tecnico, – ma io comincio col dire sette volte tre perché è così che funziona. Ora, sette volte tre fa ventuno.

– E come lo sa lei? – chiese il deputato.

– Me lo ricordo. Dà sempre ventuno sulla calcolatrice. L’ho controllato innumerevoli volte.

– Questo non significa che lo darà sempre, però, – disse il deputato.

– Forse no, – balbettò Aub. – Non sono un matematico. Ma vede, i miei risultati sono sempre esatti.

– Vada avanti.

– Sette volte tre fa ventuno, e io scrivo ventuno. Poi tre per uno fa tre, così io scrivo tre sotto il due di ventuno.

– Perché sotto il due? – chiese il deputato Brant, secco.

– Perché… – Aub lanciò un’occhiata implorante al suo superiore. – È difficile da spiegare.

Shuman intervenne: – Direi che per il momento convenga accettare per buono il suo metodo e lasciare i particolari ai matematici.

Brant si arrese.

Aub proseguì: – Tre più due fa cinque, e perciò il ventuno diventa un cinquantuno. Ora, lasciamo stare per un momento questo numero e cominciamo da capo. Si moltiplica sette per due, che ci dà quattordici, e uno per due che ci dà due. Li scriviamo cosi e la somma ci dà trentaquattro. Ora se mettiamo il trentaquattro sotto il cinquantuno in questo modo, sommandoli otteniamo trecentonovantuno, che è il risultato finale.

Vi fu un istante di silenzio e il generale Weider disse: – Non ci credo. È una bellissima filastrocca e tutto questo giochetto di numeri sommati e moltiplicati mi ha divertito molto, ma non ci credo. È troppo complicato per non essere una ciarlatanata.

– Oh, no, signore, – disse Aub, tutto sudato. – Sembra complicato perché lei non è abituato al meccanismo. Ma in realtà le regole sono semplicissime e funzionano con qualsiasi numero.

– Qualsiasi numero, eh? – disse il generale. – Allora vediamo -. Trasse di tasca la sua calcolatrice (un severo modello militare) e la toccò a caso. – Scriva sul suo taccuino cinque sette tre e otto. Cioè cinquemilasettecentotrentotto.

– Sissignore, – disse Aub staccando un nuovo foglio di carta.

– Ora, – toccò di nuovo a caso la calcolatrice. – sette due tre e nove. Settemiladuecentotrentanove.

– Sissignore.

– E adesso moltiplichi questi due numeri.

– Ci vorrà un po’di tempo, – balbettò Aub.

– Non abbiamo fretta, – disse il generale.

– Cominci pure Aub, – disse Shuman, tagliente.

Aub cominciò a lavorare tutto chino. Staccò un secondo foglio di carta, poi un terzo. Finalmente il generale trasse di tasca l’orologio e Io considerò con impazienza. – Allora, ha finito coi suoi esercizi di magia?

– Ci sono quasi arrivato, signore… Ecco il prodotto, signore. Quarantun milioni, cinquecentotrentasettemilatrecentottantadue. – Mostrò la cifra scarabocchiata in fondo all’ultimo foglio.

Il generale Weider sorrise condiscendente. Premette il pulsante di moltiplicazione sulla sua calcolatrice e attese che il ronzio dei meccanismi tacesse. Poi guardò il quadrante della minuscola macchina e disse con voce rauca dallo stupore: – Grande Galassia, l’ha azzeccato in pieno.

– Calcolare senza una calcolatrice, – osservò il presidente con impazienza, – è una contraddizione in termini.

– Calcolare, – disse il deputato, – è soltanto un sistema per elaborare dei dati. Può farlo una macchina come può farlo il cervello umano. Permetta che le dia un esempio. – E servendosi delle capacità da poco acquisite, prese a calcolare somme e prodotti.

Finché il presidente suo malgrado sentì nascere un certo interesse. – E funziona sempre?

– Infallibilmente, signor Presidente. Non sbaglia un colpo.

– È difficile da imparare?

– Mi ci è voluta una settimana per impadronirmi perfettamente del sistema. Ma immagino che lei…

– Effettivamente, – disse il presidente, pensoso, – è un giochetto molto interessante. Ma a che cosa serve?

– A che cosa serve un neonato, signor Presidente? Sul momento non serve a nulla, ma non vede che questo è il primo passo verso la liberazione dalle macchine?

Isaac Asimov